Qualche tempo fa, una partecipante a uno dei miei percorsi mi ha fatto questa domanda:

«Qual è la differenza tra Consciousness e Awareness, e quindi qual è la definizione più esatta di entrambe?»

È una domanda apparentemente semplice. La risposta, molto meno.

Letteralmente, Consciousness è la Coscienza. Awareness è la consapevolezza, una funzione della Coscienza.

Nei decenni sono state date moltissime definizioni di Coscienza e, per quanto mi riguarda, possono essere tutte valide proprio perché tutte, inevitabilmente, parziali.

Credo che la Coscienza non sia completamente definibile attraverso le parole, perché la sua natura ultima è al di là della mente e certamente oltre quel software linguistico che utilizza il nostro computer-cervello.

È un po’ come una di quelle esperienze, o quei sogni, che non riesci a descrivere. Hai persino le immagini nella mente, sai perfettamente cosa hai vissuto eppure, quando provi a raccontarlo, le parole ti sfuggono o sembrano non essere abbastanza.

Per me è diventato quasi un esercizio tornare, di tanto in tanto, alla mia precedente definizione di Coscienza e osservare in che modo la mia comprensione si sia evoluta.

È un esercizio che consiglio anche agli altri.

Leggi alcune delle definizioni che ne hanno dato Jung, Bohm, Krishnamurti, Watts, Bentov — per citarne soltanto alcuni — e senti quale risuona maggiormente con te.

Poi prova a formulare la tua.

Non deve essere precisa, comprensibile o esaustiva. Provaci comunque. Quel che esce, esce.

È un inizio.

E allora, che cos’è la consapevolezza?

La consapevolezza, dicevo, può essere considerata una funzione della Coscienza.

Io la definirei come la comprensione di un aspetto della Coscienza che avviene attraverso l’esperienza diretta.

Non — o non soltanto — una comprensione intellettuale, quindi, ma una vera interiorizzazione dell’oggetto della nostra osservazione.

Provo a spiegarmi con un esempio.

«Io sono più del mio corpo fisico» è un’affermazione che possiamo comprendere intellettualmente. Possiamo leggerla, ragionarci, persino essere d’accordo.

Ma fare un’esperienza di coscienza ampliata nella quale la nostra percezione sembra estendersi oltre i normali riferimenti del corpo, del tempo o dello spazio significa confrontarsi direttamente con quell’idea.

A quel punto non la stiamo più soltanto pensando.

La stiamo sperimentando.

Ed è attraverso l’esperienza che può formarsi in noi la consapevolezza di essere più di ciò che normalmente identifichiamo con il nostro corpo fisico e con la nostra esperienza della materia.

È questa, per me, una differenza fondamentale tra sapere qualcosa ed esserne consapevoli.

Quando una consapevolezza si è formata dentro di noi, possiede una qualità molto particolare.

Diventa salda.

Non è rinnegabile, anche se ci provi.

Non richiede approvazione.

Semplicemente è.

Può ampliarsi nel tempo, arricchirsi di dettagli, acquisire nuove sfumature attraverso altre esperienze. Ma ciò che abbiamo realmente interiorizzato tende a trovare un posto dentro di noi.

È quasi come se avessimo recuperato un pezzo di noi stessi.

La consapevolezza è semplice, modesta, impavida e fiera.

E non è mai arrogante, perché non ha bisogno di convincere nessuno.